Com‘è cambiato il giornalismo nell’era social media

di Gian Luca Teppati

Un “bravo” giornalista è un artista, così come è un artista un “bravo” imprenditore, un “bravo” professore di greco o un impiegato che è talmente competente nella sua professione da averla resa agli occhi degli altri come arte. Ma, mi chiedo e vi chiedo: cosa significa essere “bravo”?

“Bravo”, è un concetto ambiguo che prevede una moltitudine di variabili (il più delle volte inconsapevoli) che il lettore, il dipendente, o il cliente valuta a livello inconscio per poi esprimersi positivamente o negativamente sul soggetto valutato. Quindi ““bravo”” è un aggettivo assolutamente soggettivo perché espresso su parametri qualitativi che variano da bisogno a bisogno e per questo non standardizzabile.

Per me essere “bravo” significa rispettare innanzi tutto le persone a cui il soggetto si rivolge e nel concetto di rispetto significa pensare “seriamente” prima agli altri e poi a sé stessi.

Ne deduco quindi che per essere bravi e giudicati tali una caratteristica essenziale per ogni artista dovrebbe essere la generosità.

Un “bravo” giornalista è quindi, per me, colui o colei che mettono a disposizione prima la notizia e poi se stessi. Dimenticano il divismo e l’autoreferenzialità per garantire informazioni reali e non inquinate. Coi tempi che corrono, quanti se ne salvano? Vi sembrerà strano, ma io ne conosco parecchi: sono coloro che fanno “cultura”, che conoscono la materia che rappresentano e si destreggiano perfettamente con la lingua italiana.

Caratteristiche distintive che al giorno d’oggi più che un pregio risultano essere un difetto.

Il mondo dei social media ha sdoganato tutto ciò che un giornalista “bravo” rinnega: la superficialità, il giudizio, la sensazionalità, le bugie, l’arroganza, l’insulto e ahimè la scarsa conoscenza della lingua italiana. Sembra che il mondo del giornalismo oggi appartenga ai: bloggers, trend setters, fakers o imbroglioni dell’informazione e che i giornalisti con la G maiuscola siano stati messi in disparte da un mondo giudicante e qualunquista. Un mondo che di arte e bellezza ne conosce ben poco e che valuta il “bravo” non in base all’essere ma all’apparire.

Un successo effimero per le persone che si sono messe a vendere il loro “giornalettismo” senza avere mai studiato giornalismo.

I figli di questa epoca sono lettori delle poche righe, dei commenti facili, delle scarse argomentazioni e di nutriti epiteti e minacce.

Essere “bravi” giornalisti oggi è continuare la propria professione, senza vendersi alla moda, ma sostenendo i contenuti e saperli difendere dagli attacchi ignobili di una cultura bassa, che vorrebbe tutti falsi, tutti arroganti e tutti esagerati.

Un “bravo” giornalista, in sintesi, è chi fa della sobrietà il proprio stile e della preparazione la propria eleganza, chi rinnega l’immediatezza e costruisce giorno per giorno la propria credibilità.

Il giornalista ““bravo””, nell’era dei social media, è colui o lei che fa leva sull’intelligenza rinnegando la forza.

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