Il nastro bianco

di Gian Luca Teppati

Avete per caso visto il film del regista tedesco Haneke, “Il nastro bianco”? Ha vinto l’oscar 2010 come miglior film straniero.

Haneke propone un agghiacciante affresco, in bianco e nero, che fa rivivere allo spettatore come alcuni bambini, in un qualsiasi borgo tedesco dei primi del 900, venivano educati dai loro genitori.

Un’educazione che li portò, da adulti, ad esprimere il meglio di loro stessi come feroci esponenti delle SS.

Un film talmente cupo e veritiero che mi si è conficcato nel cuore, come una spina, senza andarsene più via.

Pochi giorni fa mi sono reso conto che la riflessione di Haneke è valida anche ai giorni nostri.

Facendo parte del corpo docenti di un rinomato ateneo milanese, ero stato invitato da un’avvenente organizzatrice di Master ad assistere ad una lezione tenuta da due professionisti torinesi, i quali, proponevano in aula  la soluzione di casi aziendali tramite web. Secondo l’iperattiva organizzatrice, tra i due torinesi ed il sottoscritto potevano nascere delle sinergie professionali!

Felice di partecipare come ospite accettai l’offerta con entusiasmo, primo perchè amo imparare, secondo perchè potevo stare insieme a dei giovani studenti, appena laureati,  il cui ingenuo entusiasmo mi ha sempre fatto scattare una molla  affettiva e protettiva nei loro confronti.

Arrivai in aula alle 14,30 mentre un gruppo di giovani futuri manager in erba stava presentando il risultato del proprio lavoro: la virtuale gestione di un’azienda ed i risultati che la stessa aveva ottenuto.

I gruppi erano 5, composti da altrettanti 5 studenti che si contendevano il successo a suon di cifre virtuali.

Ogni partecipante di ogni squadra, doveva impersonare:

  • l’amministratore delegato
  • il direttore marketing
  • il responsabile della finanza
  • il direttore della comunicazione
  • il direttore di produzione

di un’ ‘ipotetica azienda del settore della telefonia.

Ogni squadra doveva, poi,  dimostrare agli altri gruppi, numeri alla mano, che la propria strategia adottata era stata la migliore in termini di risultati.

Tutto fittizio: aziende, mercato, ruoli, numeri ecc…

Mi sedetti tra gli studenti ed accanto a me, uno dei due docenti che monitorava le presentazioni dei gruppi.

Le slides proposte erano elementari, il linguaggio utilizzato per descriverle pure.

L’aspetto  che mi colpì maggiormente, invece, fu come questi ragazzi impersonavano il ruolo di dirigenti a loro assegnato: scostanti, altezzosi e profondamente antipatici.

Preso dalla “virtuale” passione per ogni caso presentato mi immedesimai anche io in un personaggio che sapevo recitare benissimo: il consulente manageriale.

Sempre a caccia di problemi da risolvere, mi resi conto che ciascuna delle 5 aziende presentava, a modo suo, risultati positivi, ma con un futuro incerto: dietro l’angolo prevedevo, per ognuna di loro, la famosa:

“CRISI DA SVILUPPO!”

Mai come in quel momento desideravo esprimere il mio giudizio su tutto quell’ottimismo che i giovani inesperti esprimevano presentando le loro aziende e volendo metterli in guardia, decisi di alzare la mano ed entrare in scena.

Mi sentivo un labrador capobranco con i suoi 101 cuccioli da proteggere: la fantasia è una cosa, la realtà un’altra…badate bene.

Alzata la zampa mi rivolsi, con molta cortesia, ad una cucciola vestita da ADE che scondinzolando aveva appena presentato i positivissimi risultati che la sua azienda aveva ottenuto.

“Signorina, mi scusi, posso farle una domanda?”

“Prego” rispose lei leggermente indispettita da questa inaspettata variazione di programma.

“Secondo lei la sua azienda sta andando bene?..cosa prevede per il futuro? ” pronto ad un sereno dibattito.

“Sa leggere?”… “Certo che so leggere, ed anche ragionare, per quello le ho posto la domanda”  risposi sbalordito da tanta arroganza.

La cucciola di labrador, che in realtà era una Gremlin con l’espressione da Linda Blair nell’Esorcista, si accanì contro di me, dicendomi che  i dati parlavano da soli e poi, poichè si rese conto di non riuscire a sostenere i propri concetti con fatti concreti, passò all’improvviso  il microfono al direttore della comunicazione (unica vera mossa manageriale molto simile alla realtà) che stava seguendo il battibecco con aria divertita.

“Lei cosa ne pensa?” rivolgendosi spavalda al suo collega.

Il direttore della comunicazione, (munito di apparecchio per i denti), preso alla sprovvista, mitragliò una serie di parole e sputi mescolandoli a concetti che non stavano nè in cielo nè in terra, tanto teorici, quanto poco credibili. Ricordo solo la sua conclusione che in sintesi diceva :

“Lei è un babbione e la sua domanda ha rovinato la nostra presentazione”

Visto il mio imbarazzo intervenne il docente che mi sussurò all’orecchio in modo affabile:

“Lei,  la ragazza che fa l’ADE, è molto impulsiva, un carattere tosto”, “carattere tosto???, ma quella è una stronza e maleducata, vorrei averla io come junior, tra le mie grinfie…”  risposi alterato ma a bassa voce.

Poi mi fermai a riflettere per pochi attimi.. “Lasci stare ho detto una sciocchezza”.

Avevo appena puntato il dito contro di lei come rappresentante di una categoria di giovani manager da eliminare senza rendermi conto che il dito doveva essere, invece, puntato solo contro me stesso, come rappresentante del mondo adulto:

La colpa era nostra se quelli erano dei giovani “stronzi”.

In fondo stavano imitando un mondo ed un modo che noi adulti avevamo fatto conoscere  loro.

Un mondo ed un modo assolutamente malsano per me ed, ahimè,  assolutamente normale per loro.

Mi sentii colpevole, ed un senso di compassione mi pervase: “abbiamo sbagliato tutto, ….  tutto” pensai tra me e me.

Mentre in aula echeggiavano gli applausi in onore del giovane che mi aveva risposto, rimasi seduto, labrador più che mai, con la coda tra le gambe e l’occhio umido.

Ero triste per me, ma soprattutto per loro.

LOVE